Sugli altipiani rocciosi
del Novelurendàr, poco più a nord di
Candarya, si estende il desolato deserto di Kochat
të mhëda, la piana delle “grandi ossa”. È un luogo
inospitale, arido e pietroso, senza vegetazione e con poca fauna ma esercita un
fascino particolare su ogni viaggiatore che si trova a passare da quelle
parti. Quasi ovunque, per decine di leghe in ogni direzione, spuntano dalla terra argillosa le ossa di animali
colossali, morti centinaia, se non migliaia
di anni fa. Le ossa, pietrificate dal sole e ripulite dal vento, svettano candide
come il gesso sul terreno rosso fuoco, creando un contrasto formidabile e difficile
da dimenticare. Mia madre, la quale è una Sapiente in botanica e storia naturale, mi disse
una volta che si tratta dei resti di enormi pesci che nuotavano in quello che un tempo era un vasto mare
interno. È una cosa a cui credo a fatica; mi sembra davvero
incredibile che nell’Erondàr, anche se in tempi remoti, vivessero creature
marine enormi come quelle che solcano le acque oceaniche a centinaia di miglia
dalla costa e che nessuno, a parte gli “uomini di sale” che abitano Nem-Hesi - la misteriosa città
galleggiante - ha mai visto. Da bambino mi rifiutavo di credere che il nostro
mondo potesse cambiare in modo così radicale; per me il mare, le montagne,
le pianure e le foreste stavano dove
erano sempre state. Era assurdo pensare altrimenti. Mia madre mi spiegò che il mondo, invece, muta in continuazione e a
volte cambia aspetto come una piana polverosa dopo un acquazzone, tanto da
diventare irriconoscibile. Le montagne crescono
come le piante, la terra si innalza sopra il mare e si inabissa tra i flutti,
secondo i capricci dei khame. Mia madre, quando tornava dai suoi lunghi viaggi
di studio, ci ha sempre raccontato
storie talmente fantastiche da risultare
inverosimili e mia sorella ed io non siamo mai stati molto propensi a credere a
tutto ciò che ci diceva. Tuttavia, passando sotto quelle alte volte di ossa
bianche, con il vento del deserto che si infilava fischiando tra di
esse, a tratti mi sembrava veramente di udire il suono delle onde del mare.
martedì 18 dicembre 2012
martedì 27 novembre 2012
Il Piccolo.
Se si viaggia nel Margondàr, a sud est dell’Awrasùhre - il grande mare interno dell’Erondàr - e si abbandonano le vaste
distese coltivate per dirigersi verso le foreste che estendono ai piedi della
cordigliera meridionale, non è raro incontrare le ragazzine Gahriné che
pascolano i loro “piccoli”. La pacifica e colorata popolazione semi-nomade dei Gahriné
attribuisce grande importanza al ruolo materno della donna ed educa le bambine
alla maternità sin dalla più tenera età. Verso i sei anni, alle bambine viene affidato
un cucciolo di smærdjass, un mammifero
onnivoro locale di indole estremamente mite, che loro devono accudire giorno e
notte, portandolo al pascolo, badando alla sua igiene, curando la sua salute e
proteggendolo dai pericoli del mondo esterno. Ogni bambina chiama il suo cucciolo
“il mio piccolo”, esso diventa a tutti gli effetti un membro della famiglia e
lui e la sua “piccola madre” diventano inseparabili. Questo animale raggiunge
presto dimensioni ragguardevoli, fino ad arrivare alla stazza di un grosso
verro e inizia subito a dare problemi alla padroncina. Lo smærdjass, infatti, è uno degli animali più deficienti che si
possano incontrare in tutto l’Erondàr; la sua stupidità è abissale e pari solo alla sua
prolificità, unica cosa che spiega come mai questo ottuso erbivoro non si sia
ancora estinto. Ha una memoria cortissima e non è in grado di fare tesoro delle
sue esperienze, per cui ha una spiccata tendenza a cacciarsi in ogni tipo di
situazione pericolosa: precipita nei dirupi, finisce sotto gli zoccoli dei
cavalli o sotto le ruote dei carri, affoga in poche braccia d’acqua, va a
rovistare nei campi coltivati scatenando l’ira degli agricoltori locali, cade
vittima dei predatori che sono ghiotti della sua carne grassa e saporita e che
lui non identifica come potenziali pericoli, proprio perché totalmente cretino.
Riuscire ad accudire questo animale è comprensibilmente un compito molto arduo
per le ragazzine Gahriné che passano la giornata e parte della notte a tirare
fuori dai guai i loro “piccoli”. Al raggiungimento della pubertà, le ragazze e
gli animali, ormai adulti, vengono separati, con grande sollievo delle “piccole
madri”; questo importante rito di passaggio viene celebrato con una grande
festa dove lo smærdjass viene
allegramente macellato, fatto arrosto e consumato dall’intera comunità.
martedì 30 ottobre 2012
La Cocozza Colossa
Attorno al Mare della Brezza, tra le grandi vie di
comunicazione del Piccolo e Grande Anello, si estende l’immensa Cintura delle Messi, il “granaio dell’Impero”,
una sterminata area coltivata dove cresce la grande parte delle derrate
alimentari che nutrono le genti dell’Erondàr.
La perizia degli agronomi erondariani ha creato nel corso degli anni innumerevoli
incroci fertili tra specie vegetali e dato discendenza stabile a nuovi tipi di
frutta, legumi, piante, radici e tuberi mangerecci, anche
sorprendenti. Il mio preferito tra questi ibridi vegetali è senz’altro la Cocozza Colossa. Si tratta di una
cucurbitacea di grandi dimensioni che, giunta a maturazione, produce dei gas
non tossici al suo interno che la fanno levitare, come l’Aria Leggera con cui si riempiono i palloni dei nuvolanti imperiali. Non è raro vedere
interi campi di questi ortaggi maturi che
si muovono pigramente a mezz’aria, spinti dalla brezza o che scendono in massa
dai declivi, dopo essersi liberati dai pampini e dai tralci che li trattenevano
al terreno. I gas prodotti da questa zucca e che permettono all’ortaggio di
levitare, sono vapori molto inebrianti, come le bevande fermentate, e spesso i
raduni per il raccolto si trasformano in feste sfrenate che, in molte culture
locali, sono divenuti dei veri e propri riti agrari di carattere orgiastico. La Sagra della Cocozza Colossa di Fruhgendàrt
è famosa per gli eccessi compiuti dai partecipanti in preda all’ebbrezza. Uno dei momenti topici di questa festa popolare è la Corsa delle Cocozze, evento spettacolare
durante il quale i giovani locali spingono le zucche giù dall’alta collina dove
sorge la città verso il mare sottostante e le cavalcano a rompicollo in una
gara senza esclusione di colpi. I “cavalieri” delle zucche che riescono a raggiungere
il mare, vengono nominati Domatori della Cocozza
e hanno diritto di scelta tra le ragazze intervenute, con le quali si accompagneranno
per il resto della serata. Le zucche restano a galleggiare sull’acqua, a
decine, e al tramonto vi vengono praticati dei fori per far fuoriuscire il gas
che viene incendiato, provocando splendidi fuochi colorati e spettacolari
deflagrazioni che segnano il culmine della festa. Fortemente sconsigliato
portare le proprie figlie, giovani pulzelle o ragazze da marito a questa sagra…
a meno che non si voglia allargare la famiglia in tempi brevi.
lunedì 8 ottobre 2012
Fiori nel deserto.
Non amo recarmi nelle zone
desolate del Vhâcondàr, il “Paese Vuoto”
che si estende ai margini meridionali dell’Impero. Si tratta di una sterminata
distesa desertica che separa l’Erondàr
dai misteriosi ed esotici Regni
Meridionali. Centinaia e centinaia di miglia di deserti sabbiosi e
altopiani rocciosi calcinati dal sole; un ambiente arido e ostile dove è
impossibile sopravvivere senza l’ausilio di una guida indigena che conosca i
segreti di Er’el Atant’ar, “il
Martello del Sole”, come lo chiamano le popolazioni locali. Mi trovavo su un
altopiano a ovest di Ir’Elerkir,
sulle tracce di una banda di predoni berberi che avevano compiuto delle scorrerie
nel Suprendàr; dei predoni
nessuna traccia, in compenso incappammo in una femmina di Rhoyiik con due cuccioli, che occupavano l’unico posto all’ombra nel
raggio di decine di miglia, sotto un alto esemplare di “Pino del Deserto”. La mia
guida alahikineta mi sconsigliò
vivamente di andare a disturbare l’animale, poiché le femmine di questa specie
sono terribilmente aggressive quando si tratta di difendere i propri piccoli e
nessuno sano di mente vorrebbe fare infuriare un uccello carnivoro alto il
doppio di te e con artigli che potrebbero facilmente squartare un cavallo. Mi trattenni giusto il tempo di un veloce schizzo sul mio diario di viaggio. Verso la fine
di quella infruttuosa giornata, la guida avvistò quelli che sembravano essere
degli alti pali piantati nel terreno; si trattava di un gruppo di Ir’Alca Te’nei, letteralmente “Albero
che sazia” o T’ai Sen’Ehn, “l’Amico
del viandante”, nel dialetto di Elleysera. Queste altissime piante grasse hanno la proprietà di fiorire istantaneamente quando il loro fusto viene intaccato o inciso, producendo grossi fiori bianchi e
carnosi, zuccherini e molto nutrienti. Si tratta di una strategia di difesa
della pianta estremamente subdola e crudele: la prima fioritura blandisce l’aggressore,
fornendogli ottimo cibo in quantità; se l’attacco continua, la seconda fioritura
sviluppa un potente veleno che solitamente non lascia scampo al malcapitato. La
mia guida lo sapeva bene; cucinò i primi fiori sulla pietra e con quelli
successivi fabbricò il veleno per le proprie frecce. Sarò stato cotto dal sole
e riarso dalla sete, ma quelle dolcissime frittelle vegetali sono state tra le
cose più buone che abbia mai mangiato.
venerdì 21 settembre 2012
Un passato da guerrieri.
Ricordo che mi imbattei in
questo Nano dall’età indefinibile sulla strada per Vetwadàrt, provenendo da Solian.
Egli ritornava dal distretto minerario, sito poche miglia più a nord, dove aveva
lavorato per due turni consecutivi ed era comprensibilmente di umore tetro (il
turno lavorativo dei Nani Minatori ha
una durata variabile tra i venti e i trenta “cicli di sonno”, quindi dura circa
un mese lunare). Nondimeno accettò di posare per me, anche se per poco tempo durante
il quale mi guardò ingrugnito senza nemmeno posare il pesante sacco degli
attrezzi da minatore che portava con sé. Quello che mi colpì particolarmente fu
la bellissima ascia nanica cerimoniale
a cui si appoggiava; non poteva trattarsi di un attrezzo da lavoro, non era certo
un utensile da miniera. Gli feci dei gran complimenti per essa e gli chiesi lumi sulla
sua provenienza; questo stemperò un poco il suo atteggiamento burbero e lui mi raccontò, con palese orgoglio, che l’ascia apparteneva alla sua
famiglia da generazioni. Il suo clan, originario del basso Suprelurendàr, aveva
una lunga tradizione guerriera e di fiera indipendenza, prima di essere
sconfitto dalle truppe imperiali e forzato a disperdersi. I maschi della sua
famiglia erano entrati in massa nel Sindacato
dei Nani Minatori e lavoravano spostandosi per tutto l’Erondàr, da un distretto
minerario a un altro. Quell’ascia era la sola cosa rimasta a testimoniare che, un
tempo, i suoi antenati appartenevano a un clan di valorosi guerrieri.
lunedì 3 settembre 2012
Bei Baffetti
Questa bizzarra scultura è una testa votiva delle popolazioni Beheree che popolano la costa a sud di Solian. Di sculture e immagini votive ne è disseminato l’Erondàr ma questa è una della mie preferite. Un po’ perché è sulla strada che conduce alla mia città e così quando la incrocio, di ritorno dalle mie missioni, mi sembra di sentire già aria di casa; un po’ per la sua aria buffa, con quei baffi arricciati e l’aria seriosa e saccente. Le popolazioni locali l’hanno adottata, chissà perché, come pietra votiva per ingraziarsi i favori dei khame per un buon matrimonio, buona salute e fertilità. Le ragazze in età da marito, nei giorni di festa, vi portano monili d’osso e di legno per trovare marito e, spesso, i loro desideri vengono esauditi poiché scapoli navigati e giovani di belle speranze conoscono il luogo e vi si appostano per fare cernita delle ragazze più belle. Il posto è anche presidiato dalla forza pubblica repubblicana perché sovente vi scoppiano risse per la contesa di una fanciulla particolarmente attraente, zuffe furibonde delle quali il povero Lai Lethoi (che in lingua locale vuol dire “bei baffetti”) porta sul viso diversi ricordi. La donna che vi ho ritratto accanto, con il bambino nella fascia e il cesto di offerte alimentari, era lì per pregare Lai Lethoi di essere meno “generoso” con lei. Dopo il sesto figlio – mi disse – aveva assolutamente bisogno che i khame concedessero i loro favori a una famiglia meno numerosa.
mercoledì 8 agosto 2012
La Prima Luce
Lungo la strada che dalle terre delle Città Libere conduce a Candarya, passando per l'eremo del mio vecchio amico Alben, si incontrano I Grandi Che Guardano Lontano. Si tratta di una lunga serie di colossali volti umani scavati nella roccia della scogliera a picco sul Eolànisùhre, il Mare del Sole che avvolge le propaggini orientali del Novelùrendàr. Queste immense sculture raffigurano i visi degli imperatori della prima dinastia erondariana e furono scolpiti per volontà di Erehein Erondàr, fondatore della seconda dinastia, per celebrare le imprese degli imperatori che lo avevano preceduto ed elevare ufficialmente a pari titolo il ramo della famiglia che era salita al trono. Tutti i volti degli imperatori guardano a oriente, a cogliere la prima luce del sole. All'alba del giorno seguente allo "Sposalizio Celeste", il congiugimento astrale delle due lune che segna l'inizio del nuovo anno, un mago della confraternita dei Luresindi celebra l'antico rito della Prima Luce, cogliendo il primo barlume del sole nascente e catturandolo con il cristallo di silcardĕa posto in cima al suo bastone. La pietra viene poi portata a Vàlhendàrt, la capitale imperiale, e riposta nel tabernacolo del tempio dei Custodi della Luce, fino alla successiva eclissi delle due lune. L'anno scorso, trovandomi in navigazione da Candarya verso Solian, potei assistere al rito dal mare, posizione privilegiata per godere appieno della bellezza dell'evento: all'inizio, l'alta scogliera è immersa nell'oscurità, i giganteschi volti invisibili; poi, il cristallo del mago, colpito dal primo raggio di sole, emana una luce vividissima che rischiara il volto scolpito di Vrlam Erondàr, il fondatore dell'impero e capostipite della prima dinastia, in cima al quale sta il luresindo. Subito dopo, rischiarata dal sole che sorge, l'intera scogliera si illumina e i volti degli imperatori emergono dall'oscurità come evocati dagli abissi del tempo. Lo spettacolo è mozzafiato e, per quanto mi riguarda, molto commovente. Non a caso, il tratto di mare prospicente il promontorio dei Grandi in queste occasioni, se le condizioni del mare lo permettono, è sempre affollato di imbarcazioni di ogni tipo e stazza, che hanno pernottato alla cappa per assistere all'eclissi della notte precedente e che attendono l'alba con lo svelarsi dei giganteschi volti. Non è raro vedere, tra le altre, anche le piccole, strane imbarcazioni del Popolo delle Vele giunte dal lontano arcipelago dell'estremo oriente. Questi temibili predoni del mare non sono lì, però, per assistere a una cerimonia a loro estranea ma per arrembare con le loro velocissime imbarcazioni le navi più lussuose, quando la flotta inevitabilmente si sgrana sulla via del ritorno.
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