lunedì 24 marzo 2014

La fanciulla d'ascia.


Incontrai questa ragazza alle pendici del Suprelurendàr settentrionale, dove gli ultimi bastioni del Grande Vallo si ergono a picco sulle scogliere che si affacciano sul Hàlwèsùhre. Era una “fanciulla d'ascia” del regno di Raghnar, che si estende lungo la parte finale del Vallo, abitato dallo stesso fiero popolo guerriero a cui appartiene Yannah, una delle mie compagne del corpo degli Scout. Le “fanciulle d'ascia” sono le ragazze che durante i riti di passaggio della pubertà sono riuscite a uccidere a mani nude almeno un lupo dei monti o una lince di foresta, brutte bestie del pessimo carattere. Esse, negli anni successivi, vengono educate alle arti marziali e sottoposte a un duro allenamento per rafforzare spirito e corpo. Quando raggiungono la maggiore età, ricevono le “Amiche Fedeli”, due asce gemelle dalla foggia peculiare, e abbandonate sui monti ai confini del regno, dove dovranno sopravvivere da sole per un anno intero, costruendosi un riparo, procurandosi il cibo, fabbricandosi i vestiti e forgiando le armi e gli attrezzi necessari. Al termine di questo secondo e più impegnativo rito di passaggio, alla “fanciulla d'ascia” - che aveva perso il nome di bambina entrando nella pubertà - viene dato il nome da adulta, che la accompagnerà per tutta la vita. La ragazza, ancora anonima, mi accolse nella caverna scavata nella scogliera dove aveva costruito la sua abitazione e mi mostrò entusiasticamente tutti i confortevoli ambienti del suo rifugio. Quando mi chiese se mi piacevano i crostacei, pensavo mi avrebbe portato sugli scogli a pescare granchi e aragoste. Non credevo si sarebbe tuffata per catturare un kraken di scogliera, che poi cucinò al vapore nelle polle termali della sua caverna. Fu una scorpacciata memorabile.

giovedì 23 gennaio 2014

Le Pietre Sonore.


Disseminate in tutto l'Erondàr, si ergono delle misteriose vestigia di un'antica civiltà, scomparsa da tempo immemorabile; sono sculture di pietra dalle forme e dimensioni più diverse ma con una caratteristica comune: se strofinate con delle pietre levigate, esse “suonano”, con volume e timbro musicale differenti a seconda del materiale e della forma della scultura. Le popolazioni locali le chiamano con diversi nomi: “pietre sonore”, “roccia che canta”, “arpe dei troll” e non c'è regione, anche la più selvaggia e disabitata, dove non vi sia almeno uno di questi manufatti. Nessuno sa da chi e come siano state costruite né saprebbe come rifarlo e nessuno conosce lo scopo per cui esse vennero create. La vulgata attribuisce queste affascinanti opere alla leggendaria civiltà degli Ubiqui, che i miti più antichi raccontano abitasse il mondo in tempi remoti, prima dell'arrivo nell'Erondàr delle Quattro Razze, quando persino quella degli elfi era una stirpe giovane. Degli Ubiqui non si sa quasi nulla; non esiste alcuna raffigurazione di questo popolo, non si sa da dove provenisse e perché sia scomparso; gli studiosi dubitano persino che sia veramente esistito. Le leggende raccontano che essi si spostavano ovunque volessero “trasportati dal canto delle pietre” ma nessuno sa cosa questo significhi.

venerdì 3 gennaio 2014

Ritratto di gruppo

Questo è l'unico ritratto che mi sia stato concesso di fare alle orchesse guerriere di Keyra. Senza volerlo, causai con questo disegno seri problemi di coesione interna. Le varie guerriere raffigurate si sentirono offese dal fatto che, secondo loro, avevo reso più "bella" la rispettiva vicina e ciò diede la stura a recriminazioni senza fine, che sfociarono più di una volta in scontri furibondi. Dal momento che, nonostante io abbia da anni un orco come compagno di avventure, non ho ancora compreso bene il concetto orquino di "bellezza", non ho potuto in alcun modo rimediare al mio errore, modificando il ritratto. Ognuna delle orchesse qui raffigurate ha apertamente minacciato di mozzarmi le mani se mi avesse ancora visto ronzare loro attorno con fogli e matite, salvo chiedermi in segreto di ritrarre singolarmente ognuna di loro, all'insaputa delle compagne. Inutile dire che mi sono guardato bene dal cacciarmi nuovamente nei guai.

domenica 8 dicembre 2013

Keyra

Questo è un ritratto di Keyra, la figlia primogenita di Garu-Dah, il capo della tribù dei Mordi Sabbia, che prospera lungo la costa meridionale della grande isola degli Orchi, in un grande villaggio per metà costruito sulle scogliere e per l'altra metà nelle grotte al loro interno. Secondo le convenzioni sociali degli orchi, le femmine sono libere di decidere fin da piccole se occuparsi degli uomini, del marito, della casa e della tribù o se divenire guerriere. Il giorno della scelta avviene al compimento degli otto anni. Le femmine che abbracciano l'arte della guerra vengono addestrate insieme ai maschi e con loro vanno in battaglia senza differenza alcuna, se non che nessuna donna, nemmeno se figlia di un orco di alto rango, può divenire capo o condottiero. Keyra rappresenta una eccezione. Durante la “battaglia della spiaggia nera" (una spiaggia di sabbia vulcanica che si estende per dieci leghe all'estremo est dell'Isola degli Orchi), quando la tribù dei Mordi Sabbia si trovò ad affrontare uno attacco massiccio di Ghoul erranti provenienti dalle foreste interne in cerca di territori da depredare, Keyra si ritrovò isolata in battaglia insieme ad un gruppo di femmine e si vide costretta a prendere il comando delle compagne per coordinare la difesa del gruppo. Le sue scelte strategiche furono eccellenti, tanto che non solo portò le compagne fuori dall'accerchiamento nemico, ma condusse l'attacco finale guidando anche molti maschi orchi alla vittoria. Keyra venne eletta capo battaglia dal consiglio degli Anziani e messa al comando del primo gruppo di "orchesse guerriere” mai creato. L'ascia che Keyra impugna è un'arma di sua invenzione che viene usata da tutte le orchesse guerriere. E' dotata di una impugnatura al termine dell'asta in modo da poter essere usata con una mano e fatta mulinare attorno a sé con precisi e letali movimenti ad ampio raggio, assecondati dalla rotazione di tutto il corpo. Dagli umani, questa tecnica è chiamata con scherno “ascia trottola”... ma chi l'ha vista in azione ha perso la voglia di ridere. Keyra ha avuto un solo Orco che è stato in grado di conquistare il suo cuore indomito. Il nome di quell'Orco è Gmor Burpen, che si vanta di aver lasciato a Keyra, negli anni, una vera fortuna come “dote della tenda”.

giovedì 7 novembre 2013

Le orchesse


Le orchesse formano un pilastro fondamentale nella società degli orchi. Poche di loro si uniscono ai maschi per la caccia e la guerra, anche se alcune formidabili guerriere sono entrate nelle leggende erondariane. Esse si occupano, invece, delle abitazioni e della prole, che gestiscono collettivamente con grande energia e piglio autoritario; non esistono nuclei familiari, anche se la genealogia viene tenuta in gran conto dalla tradizione orquina, e i bambini vengono cresciuti ed educati in grandi gruppi gestiti da un numero imprecisato di “madri”, con grande affetto e senso materno ma anche inflessibile disciplina. Non esistono contratti matrimoniali veri e propri, tranne che per alcuni capoclan i quali arrivano a creare delle dinastie che portano il loro nome. L'orchessa, quando entra in estro, si allontana dalla comunità e monta la sua “tenda del sudore” in località isolate, dove attende l'arrivo dei maschi richiamati dagli effluvi dei legni profumati e delle erbe aromatiche che lei brucia nella tenda. Terminato l'accoppiamento, che può durare diversi giorni, solitamente l'orchessa deruba il maschio di ogni avere e lo abbandona nella tenda, stordito dai fumi e dal liquore di malto. Il bottino così raccolto, chiamato tradizionalmente la “dote della tenda”, viene quindi donato a tutta la collettività. Le orchesse si rasano il capo e si tagliano ritualmente i capelli; usano invece lasciare crescere il folto vello ascellare e inguinale, che viene raccolto in corte e robuste trecce. Di un'orchessa di facili costumi – ovvero di una che monta la tenda del sudore più volte al mese – si dice che “si fa afferrare per la treccia”.

martedì 27 agosto 2013

Nani Guerrieri.


Incontrai questo gioviale Nano lungo la strada che, da Solian, conduce a Vetwadàrt, la Città Vecchia imperiale. Era diretto al distretto minerario di Gøtcha-kun, le “caverne del fango”, alle pendici del Kârss. Si fermò volentieri a fare due chiacchiere con me, cosa davvero strana per un Nano, e accettò con entusiasmo di posare per un veloce ritratto. Era un Mastro Ferraio, un fabbro, e portava la caratteristica protezione al braccio sinistro, composta di lamine sovrapposte di algěfehre, una lega metallica molto resitente e che non conduce calore. Mi colpì particolarmente la sua “picca”, sicuramente antica, che lui disse appartenere alla sua famiglia da generazioni e di cui si mostrò molto orgoglioso.  Non era certo uno strumento di lavoro ma una vera e propria arma da guerra: un martello d’arme a becco di corvo, che i Nani Guerrieri utilizzavano nel combattimento ai ferri corti e nel corpo a corpo. Ai nani, oggi,  non è più permesso portare armi con sé e io, in qualità di ufficiale imperiale, avrei dovuto sequestrarglielo; ma era molto simpatico e il suo buon umore mi aveva contagiato. Lo lasciai andare, raccomandandogli semplicemente di camuffare il martello, coprendolo con un cencio. I Nani  non sono più guerrieri da secoli, da quando l’imperatore Brevalaër Erondàr sconfisse definitivamente le forze insorgenti di Narohk il Forte e di Koulm “Maglio di Pietra”, in una serie di epiche battaglie lungo le pendici dei monti del Suprelurendàr settentrionale. I Nani, vinti, dovettero smantellare le loro armate e fare giuramento solenne di non sollevarsi mai più in armi contro l’Impero. Come gesto di magnanimità e riconoscenza, Brevalaër concesse loro il monopolio imperiale degli scavi sotterranei per le estrazioni minerarie. Decisione poco lungimirante, secondo alcuni. Oggi, il Sindacato dei Nani Minatori, diffuso in tutto l’Erondàr, è un’organizzazione più potente degli eserciti dei Nani Guerrieri dei secoli passati, meglio organizzata delle Falangi di Narohk e ben più temibile del maglio di pietra di Koulm.

lunedì 1 luglio 2013

La cattura dei Rhoyiik.



La prima volta che m’imbattei nei cacciatori dei Sēnlinderhén (il Popolo delle grandi foreste del Suprendàr), non compresi perché si ostinassero a dare la caccia ai grossi e feroci Rhoyiik, uccelli carnivori alti più di tre metri e con artigli che potrebbero facilmente sventare un cavallo. La loro carne è dura e fibrosa e mantiene un pessimo sapore con ogni tipo di cottura; le loro piume lanuginose non sono adatte per fabbricare vestiti, cosa che poi al popolo delle foreste non serve, vivendo in giungle umide e calde. Non capivo perché questi intrepidi cacciatori organizzassero faticose e pericolose spedizioni nell’inospitale Er’el Atant’ar (“il Martello del Sole”), l’immenso deserto che si estende a sud nel Vhâcondàr, alla ricerca di questi giganti dal pessimo carattere. Ne capii il motivo quando soggiornai per un paio di lune presso i Wajeeh, una tra le più amichevoli tribù dei Sēnlinderhén. In realtà essi non uccidono i Rhoyiik ma catturano gli esemplari maschi sui dieci/dodici anni di età, addormentandoli con frecce intinte nel succo di bacche “portasonno”, come le chiamano loro. La pelle dei Rhoyiik è così spessa e i loro muscoli così duri che i dardi dei cacciatori feriscono l’animale solo superficialmente, dando però modo al sonnifero di agire efficacemente. Una volta portati nel Suprendàr, il caldo umido della giungla, così diverso dal caldo secco del deserto, addolcisce i Rhoyiik che possono essere addestrati e utilizzati come cavalcature. Così come per i grandi pachidermi dei Regni Meridionali, non vale la pena catturare i Rhoyiik  da cuccioli e allevarli per un decennio e oltre, in attesa che diventino abbastanza robusti da poter essere cavalcati; è molto più conveniente catturarli in età adulta e addestrarli, considerando che un esemplare in buona salute può raggiungere facilmente i trenta anni di età. I Wajeeh hanno da molte generazioni intrapreso un fiorente commercio con le satrapie berbere del Vhâcondàr, a cui forniscono corsieri perfettamente addestrati, infaticabili e terribili nelle battaglie campali. Ricordo che, quando i Wajeeh mi fecero montare uno dei loro Rhoyiik, nella giungla venimmo attaccati da un giaguaro che avevamo involontariamente disturbato; la mia cavalcatura lo fece a pezzi con gli artigli e il becco, senza darmi nemmeno il tempo di estrarre la spada!